Magistrati contro la manovra economica. E la separazione dei poteri resta pura illusione
da www.novepress.com
“È del tutto evidente l’incostituzionalità di una disposizione con la quale si opera una decurtazione secca del trattamento economico solo dei dipendenti pubblici, in violazione dei principi di eguaglianza e di progressivià del sistema fiscale”, ha affermato – come riferisce un articolo di Paola Pica pubblicato ieri sera su corriere.it – il Comitato intermagistrature, che coordina l’Associazione nazionale magistrati e le principali sigle rappresentative della magistratura contabile e amministrativa, tra cui l’Avvocatura dello Stato. In attesa di conoscere nel dettaglio il testo definitivo delle modifiche alla manovra, il Comitato – si legge ancora nell’articolo – si riserva “l’adozione di iniziative di protesta, nessuna esclusa”, con implicito riferimento a un’eventuale sciopero delle toghe. La protesta dei magistrati è rivolta alla manovra economica varata dal Governo e al vaglio delle Camere. E spontanea sorge una domanda: ma che fine ha fatto la tanto decantata separazione dei poteri?
Per essere chiari: che a intervenire sulla bontà della manovra anticrisi sia la Corte dei conti ci può anche stare, quanto meno in termini di “consulenza”. Che lo faccia l’intera magistratura attraverso il suo organo sindacale diventa un po’ meno facile da digerire. La stessa Associazione nazionale magistrati si appella spesso alla separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) ogni qual volta i governi di centrodestra si azzardano semplicemente a ipotizzare una riforma della categoria o della materia. Come se esercitare il proprio potere di indirizzo politico costituisse un’invasione della sfera dei giudici.
Al contrario, gli stessi giudici non lesinano ingerenze nella sfera del Parlamento o del Governo. E, finché intervengono sulla potenziale riforma del loro ramo professionale, nulla quaestio ma quando la critica si estende fino a provvedimenti di natura economica occorre iniziare a interrogarsi sulla deriva che il rispetto della Costituzione sta prendendo. Soprattutto da parte di quelle istituzioni che per prime dovrebbero garantirlo. Lo stesso Giorgio Napolitano, nelle scorse settimane, ha richiamato i giudici al rispetto del proprio ruolo. Se è vero, infatti, che le sentenze vanno solo eseguite e non commentate è altrettanto vero che le leggi vanno fatte rispettare. E non commentate.
Ma come meravigliarsi quando la promiscuità tra politica e magistratura è paradossalmente connaturata nell’ordinamento giudiziario italiano. Basti pensare al caso di Giovanni Maria Flick , ministro della Giustizia nel 1996 e presidente della Corte costituzionale tra il 2008 e il 2009, laureato alla Cattolica come – tanto per fare qualche nome – Romano Prodi, Giuseppe Fioroni, e Tiziano Treu, tutti esponenti dei vari Governi di centrosinistra succedutosi dall’inizio della Seconda Repubblica. Flick è stato, non a caso, ministro della Giustizia sotto la guida del “collega” Prodi, dal 1996 al 1998. Un incarico chiaramente politico, considerando l’evidente clima di contrapposizione tra i due poli e l’altrettanto evidente scelta di campo del magistrato. Appare, pertanto, ostico metabolizzare un sistema che permette a chi è stato ministro della Giustizia in un Governo politico – qualunque sia il colore – di tornare a fare il magistrato una volta smessi i panni di amministratore e di ricoprire addirittura la carica più prestigiosa, quella di presidente della Consulta. Altro esempio capace di creare confusione è quello di Luciano Violante. Magistrato che, nel 1979, si iscrive al Pci, nel quale viene subito eletto deputato, e che per dimettersi dalla professione aspetta solo il 1983. Anche Violante, per completezza di informazione, ha rivestito ruoli chiave nei Governi di centrosinistra.
Il più paradossale dei paradossi rimane in ogni caso il Consiglio superiore della magistratura. Organo nato proprio per garantire l’indipendenza dei giudici e che al suo interno ha una componente – compreso il vicepresidente – composta da politici nominati dai partiti. Detto questo, se c’è chi ha ancora piacere a credere nella separazione dei poteri lo faccia pure. Ma sappia che è più credibile la storia che Rosa Bazzi e Olindo Romano non sono gli artefici della strage di Erba.
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