Fabio Bonasera, confessioni di una mente spigolosa

Quel che resta dell'informazione

Santoro e quel servizio che più che al pubblico rende alle proprie tasche

da www.thieneonline.it

Lo ha chiamato serviziopubblico.it. Ma Michele Santoro, che con questo nuovo sito online professa di voler praticare la libera informazione, il servizio parrebbe volerlo rendere unicamente a se stesso. Le prove sono schiaccianti. A partire dalla malsana – per i contribuenti ingenui – idea di proporre agli utenti un versamento di 10 euro per garantire il mantenimento del sito. E del proprio tenore di vita.

Pensate che, al momento, serviziopubblico.it fa già registrare ogni giorno 90mila accessi unici. Se ognuno degli internauti in questione versasse 10 euro si raggiungerebbe in poche ore la ragguardevole somma di 900mila euro. Quanto basterebbe a garantire a Santoro l’abbondante cachet che il servizio pubblico vero, la Rai, gli ha assicurato per anni, per ragioni ancora oggi oscure.

Sì, perché l’informazione di cui parla Santoro è tutto tranne che libera. Si tratta piuttosto di un tiro al bersaglio rivolto sempre contro lo stesso obiettivo: Silvio Berlusconi. E’ talmente libera che, quando l’anno scorso il sindacato dei giornalisti precari e freelance chiese ospitalità ad Annozero per manifestare il disagio di tanti suoi colleghi in forte difficoltà sociale ed economica, Santoro rispose con un sonoro ma totalmente oscurato due di picche. Che non si sapesse che il paladino degli oppressi dà visibilità solo a una parte degli emarginati: quella che gli garantisce la cosiddetta audience.

Come può essere, del resto, libera l’informazione di chi è talmente schierato da avere perfino rappresentato in Europarlamento il partito antagonista per eccellenza di Berlusconi, il Pd, che all’epoca si fregiava ancora del marchio dei Democratici di sinistra? Ciononostante, questa così evidente scelta di campo non ha impedito al noto conduttore di rivendicare, come fosse un suo diritto divino, un posto fisso in Rai, pur senza avere mai superato – come qualunque mortale dovrebbe fare – alcun concorso pubblico. E per rappresentare sempre e solo le parti di un’unica coalizione politica ha preteso – ottenendoli – fior di quattrini. Snobbando le condizioni di migliaia di colleghi a spasso, ai quali non solo ha negato la parola ma ha perfino preferito a più riprese delle illustri “abusive” come Beatrice Borromeo e Margherita Granbassi. Cosa che, ai sensi del codice penale, costituirebbe un reato.

Oggi, Santoro, che ha scelto da tempo la strada della politica, continua a volere far credere di essere un giornalista, facendo leva sul sentimento diffuso degli antiberlusconiani e dimenticando che servizio pubblico e libertà di informazione significano dare voce anche a chi la pensa diversamente. Una via troppo facile, del resto, quella dell’antiberlusconismo. Una via che gli permette di raccogliere, dopo pochi giorni dall’uscita del suo sito, ben 90mila utenti. Un grande potere, in termini mediatici, e quindi una grande responsabilità. Che Santoro ha deciso di trasformare in oro per il proprio già pingue conto corrente.

Se la stessa somma l’avesse richiesta per aiutare almeno qualcuna delle centinaia di migliaia di famiglie italiane attualmente in difficoltà, fosse anche di quei colleghi sul lastrico da lui stesso censurati, magari il servizio pubblico lo avrebbe reso davvero.

12 ottobre 2011 Pubblicato da | Fenomeni parastatali | 2 commenti

Manovra. Arriva la “Norma Briatore”: redditi online per permettere ai Comuni di combattere l’evasione fiscale

da www.novepress.com

“Visco bis” e “Norma Briatore” per combattere l’evasione fiscale. Questi gli assi nella manica del Governo che nel pacchetto anticrisi potrebbe essere tentato di inserire una norma sulla pubblicazione obbligatoria delle dichiarazioni dei redditi dei cittadini. Onere o onore che, stando alle indiscrezioni riportate da Mario Sensini su corriere.it, spetterebbe ai Comuni. Proprio tramite la pubblicazione delle dichiarazioni, i sindaci, rendendo noti i guadagni di ognuno, potrebbero spingere eventuali “delatori” – mossi dall’invidia o dal senso civico – a spifferare le reali condizioni sociali degli evasori di turno. Un procedimento di autentica macelleria sociale che dovrebbe permettere agli enti locali di incamerare i “profitti” maturati attraverso la caccia ai fedifraghi, colmando il gap generato dalle minori entrate statali previste nella manovra da 45,5 miliardi.

Nel 2008 fu l’allora viceministro dell’Economia Vincenzo Visco – da qui il nome “Visco bis” – con un autentico colpo a sorpresa, a pubblicare sul sito web dell’Agenzia delle entrate le dichiarazioni dei redditi risalenti al 2005 di tutta la popolazione, mandando in tilt la rete e scatenando l’ira di molti cittadini. Anche quella del Garante della Privacy che, nel giro di poche ore, fece calare il velo della censura sull’iniziativa che comportava la lievissima controindicazione di mettere in piazza i fatti degli italiani. E di umiliare, per esempio, chi magari doveva campare con entrare da social card. O chi, per motivi di “marketing”, non poteva fare sapere ai propri interlocutori professionali di avere entrate da fame.

Una mossa ancor meno intelligente e coerente se si pensa che l’artefice fu chi da tempo permetteva che nei locali del ministero – come accuratamente svelato da un servizio andato in onda a suo tempo durante il programma di Italia1 “Le Iene” – commercianti abusivi vendessero di tutto senza rilasciare lo scontrino fiscale.

Oggi, il Governo vorrebbe replicare quella scelta infelice per neutralizzare, per esempio, le persone fisiche che usano beni e servizi trincerandosi dietro il paravento di società di comodo. Da qui il nome alternativo di “Norma Briatore”. Resta il problema di tutti i cittadini onesti e, proprio per questo, in difficoltà sotto il profilo socio-economico i cui introiti verrebbero sbandierati ai quattro venti. Oltre alle difficoltà di liquidità, per loro, anche la beffa del pubblico ludibrio.
Per ovviare a questo inconveniente, si potrebbe fare come in Australia, dove uccidono i cammelli per favorire l’aumento delle emissioni inquinanti in atmosfera da parte di fabbriche, automobili e quant’altro, lasciando immutati i livelli prescritti dal trattato di Kyoto. Qui, in Italia, si potrebbero uccidere i poveri e comunque tutti quelli che non hanno aderenza alcune col sistema di gestione del potere, così da permettere a chi ha già quasi tutto di prendersi anche il resto. Con il vantaggio ulteriore di permettere di smettere di soffrire a chi se la passa male.

31 agosto 2011 Pubblicato da | Fenomeni parastatali | Lascia un commento

Magistrati contro la manovra economica. E la separazione dei poteri resta pura illusione

da www.novepress.com

“È del tutto evidente l’incostituzionalità di una disposizione con la quale si opera una decurtazione secca del trattamento economico solo dei dipendenti pubblici, in violazione dei principi di eguaglianza e di progressivià del sistema fiscale”, ha affermato – come riferisce un articolo di Paola Pica pubblicato ieri sera su corriere.it – il Comitato intermagistrature, che coordina l’Associazione nazionale magistrati e le principali sigle rappresentative della magistratura contabile e amministrativa, tra cui l’Avvocatura dello Stato. In attesa di conoscere nel dettaglio il testo definitivo delle modifiche alla manovra, il Comitato – si legge ancora nell’articolo – si riserva “l’adozione di iniziative di protesta, nessuna esclusa”, con implicito riferimento a un’eventuale sciopero delle toghe. La protesta dei magistrati è rivolta alla manovra economica varata dal Governo e al vaglio delle Camere. E spontanea sorge una domanda: ma che fine ha fatto la tanto decantata separazione dei poteri?

Per essere chiari: che a intervenire sulla bontà della manovra anticrisi sia la Corte dei conti ci può anche stare, quanto meno in termini di “consulenza”. Che lo faccia l’intera magistratura attraverso il suo organo sindacale diventa un po’ meno facile da digerire. La stessa Associazione nazionale magistrati si appella spesso alla separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) ogni qual volta i governi di centrodestra si azzardano semplicemente a ipotizzare una riforma della categoria o della materia. Come se esercitare il proprio potere di indirizzo politico costituisse un’invasione della sfera dei giudici.

Al contrario, gli stessi giudici non lesinano ingerenze nella sfera del Parlamento o del Governo. E, finché intervengono sulla potenziale riforma del loro ramo professionale, nulla quaestio ma quando la critica si estende fino a provvedimenti di natura economica occorre iniziare a interrogarsi sulla deriva che il rispetto della Costituzione sta prendendo. Soprattutto da parte di quelle istituzioni che per prime dovrebbero garantirlo. Lo stesso Giorgio Napolitano, nelle scorse settimane, ha richiamato i giudici al rispetto del proprio ruolo. Se è vero, infatti, che le sentenze vanno solo eseguite e non commentate è altrettanto vero che le leggi vanno fatte rispettare. E non commentate.

Ma come meravigliarsi quando la promiscuità tra politica e magistratura è paradossalmente connaturata nell’ordinamento giudiziario italiano. Basti pensare al caso di Giovanni Maria Flick , ministro della Giustizia nel 1996 e presidente della Corte costituzionale tra il 2008 e il 2009, laureato alla Cattolica come – tanto per fare qualche nome – Romano Prodi, Giuseppe Fioroni, e Tiziano Treu, tutti esponenti dei vari Governi di centrosinistra succedutosi dall’inizio della Seconda Repubblica. Flick è stato, non a caso, ministro della Giustizia sotto la guida del “collega” Prodi, dal 1996 al 1998. Un incarico chiaramente politico, considerando l’evidente clima di contrapposizione tra i due poli e l’altrettanto evidente scelta di campo del magistrato. Appare, pertanto, ostico metabolizzare un sistema che permette a chi è stato ministro della Giustizia in un Governo politico – qualunque sia il colore – di tornare a fare il magistrato una volta smessi i panni di amministratore e di ricoprire addirittura la carica più prestigiosa, quella di presidente della Consulta. Altro esempio capace di creare confusione è quello di Luciano Violante. Magistrato che, nel 1979, si iscrive al Pci, nel quale viene subito eletto deputato, e che per dimettersi dalla professione aspetta solo il 1983. Anche Violante, per completezza di informazione, ha rivestito ruoli chiave nei Governi di centrosinistra.

Il più paradossale dei paradossi rimane in ogni caso il Consiglio superiore della magistratura. Organo nato proprio per garantire l’indipendenza dei giudici e che al suo interno ha una componente – compreso il vicepresidente – composta da politici nominati dai partiti. Detto questo, se c’è chi ha ancora piacere a credere nella separazione dei poteri lo faccia pure. Ma sappia che è più credibile la storia che Rosa Bazzi e Olindo Romano non sono gli artefici della strage di Erba.

31 agosto 2011 Pubblicato da | Viaggio al centro dell'assurdo | Lascia un commento

Serie A in sciopero e calciatori orfani della dignità e dei valori perduti

da www.novepress.com

Si parla spesso di “nuovi poveri”. Quelli che se la passano male pur avendo la televisione, l’automobile, il telefono cellulare. Nessuno finora aveva pensato di gettare nel calderone anche i calciatori professionisti, quelli che ogni anno firmano contratti da centinaia, da milioni di euro. Quelli che domani e dopodomani sciopereranno, impedendo la messa in scena della prima giornata del campionato di Serie A. Le ragioni dell’astensione? Il mancato rinnovo del contratto di categoria con la Lega. Solo che qui, a differenza dei metalmeccanici, dei lavoratori del commercio, non si lotta per vedersi riconoscere 100 euro lordi in più ogni mese, magari per raggiungere il miraggio dei 1.200 euro netti. Magari per potere pagare qualche bolletta in più con qualche affanno in meno. No, qui il nodo è dare la possibilità a tutti questi strapagati atleti di potersi allenare sempre in prima squadra senza il rischio di finire fuori rosa. In poche parole, uno sputo in faccia a chi conduce una vita normale e deve scegliere tra fare la spesa e mandare i propri figli all’università.

Non andrà in scena la Serie A, quindi. Né domani, né dopodomani. Ma va già in scena, a partire da oggi, lo spettacolo indecoroso di ragazzini – probabilmente ignoranti e sicuramente milionari – che hanno perso totalmente il contatto con la realtà. Che hanno dimenticato che i loro lauti guadagni provengono proprio da quei lavoratori da mille, mille e 200, magari pure mille e 500 euro al mese, che ne alimentano sistematicamente il conto in banca, stringendo la cinghia, trovando in maniera improbabile le risorse per pagare il biglietto dello stadio o magari l’abbonamento alla pay-tv. Oggi, questi forzati del pallone, che vengono strapagati per fare quello che la maggior parte della gente fa gratis o pagando a sua volta, hanno tradito proprio quei padri di famiglia che aspettano il fine settimana per trovare uno sfogo alle tensioni, alle frustrazioni dei giorni precedenti. Foraggiando il loro conto in banca.

Un virus ormai troppo diffuso quello che ha contagiato il mondo del calcio. Che impedisce a chi ne fa parte di guardare le cose dalla giusta prospettiva. Un virus che si sta espandendo anche all’esterno, arrivando a spingere gli economisti a verificare le oscillazioni della borsa – e l’incidenza sulle società di calcio quotate – generate dallo sciopero della Serie A. Uno spettacolo patetico al quale, probabilmente, tutti questi giovani milionari non pensavano quando, ancora bambini, si accontentavano di un cortile, di una porta delimitata dagli zaini, di un pallone semisgonfio o al limite di carta. Oggi, che sono abituati ad avere tutto quello che vogliono, pretendono  – loro che spesso disertano con ogni scusa le sedute atletiche – una clausola che gli garantisca di allenarsi. E non basta loro nemmeno che la Federazione italiana gioco calcio abbia pensato di predisporre un fondo di 20 milioni per garantirli da eventuali contenziosi derivanti dal mancato pagamento del contributo di solidarietà.

Perché, è chiaro, nemmeno quello vogliono pagare. Poveri ragazzi milionari… se guardandosi allo specchio potessero ritrovare i bambini che erano ieri magari si renderebbero conto di quanto abbiano finito per prendersi troppo sul serio. E magari, sempre se potessero… si sputerebbero in un occhio.

26 agosto 2011 Pubblicato da | Viaggio al centro dell'assurdo | Lascia un commento

Pensioni sì, pensioni no: la manovra “ombra” del Pd fatta dagli uomini sbagliati al posto ingiusto

da www.novepress.com

Il Pd non sa che pesci prendere, né cosa propinare ai propri elettori. Dichiararsi favorevoli alla riforma pensionistica per fare un dispetto a Umberto Bossi o dirsi contrari per farne uno a Silvio Berlusconi? Difficile lambiccarsi in quello che rischia di diventare un dubbio amletico. Dopo il lapsus che ha portato ieri Tiziano Treu a rivelare via satellite come nel ritoccare verso l’alto la soglia dell’età lavorativa non ci sia nulla di scandaloso, Pier Luigi Bersani si trova costretto a rivedere le proprie strategie. Mentre oggi la manovra economica approda in commissione bilancio a palazzo Madama, il segretario del Pd, nel corso di un’intervista alla Stampa, rilancia gli emendamenti del proprio partito, puntando soprattutto sulla “terapia d’urto” contro l’evasione fiscale. Di riforme pensionistiche non ci sarebbe nemmeno l’ombra: “E’ ora di smetterla di cavar soldi da lì per coprire il buco del giorno, per non toglierli agli evasori o a chi è sempre al riparo”, ha tuonato Bersani che, adesso, tuttavia, si trova costretto a rivedere le proprie posizioni con un più morbido “sono pronto a discutere”.Leggi tutto

Il Pd propone una vera e propria manovra “ombra”, basata, oltre che sulla “terapia d’urto”, su una nuova imposta straordinaria sui maxi patrimoni, un piano anti sprechi, un contributo di solidarietà per colpire chi ha goduto dei condoni, le liberalizzazioni, misure per ridurre il costo del lavoro, fondi per ricerca e energia, un piano per dismettere il patrimonio pubblico.

Ma sono almeno due le cose che non convincono. La prima deriva proprio dall’estrema volubilità delle posizioni del partito che oggi si dice fortemente contrario a una certa soluzione e il giorno dopo ne perora la causa. La seconda nasce dalle personalità che, all’interno del Pd, operano le scelte strategiche, comprese quelle economiche, finanziarie e sociali.

Il responsabile del forum sul welfare, per esempio, è Beppe Fioroni, ex democristiano, laureato in medicina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ministro della Pubblica istruzione tra il 2006 e il 2008, durante il Governo di Romano Prodi. Insomma, uno che si intende di tutto tranne che di welfare, Stato sociale, diritto del lavoro e materie affini.

Il forum delle politiche per la famiglia è affidato proprio a Treu, anche lui laureatosi alla Cattolica – dove ancora oggi insegna diritto del lavoro – e autore tra il 1996 e il 1997, in qualità di ministro del primo Governo Prodi, del pacchetto normativo – che ancora oggi porta il suo nome – che ha ufficialmente sancito la nascita del precariato in Italia. Lui, evidentemente, di famiglie se ne intende eccome. Soprattutto di come affossarle.

La riforma dello Stato è affidata a Luciano Violante, la cui grande lungimiranza è confermata in un’intervista da lui stesso rilasciata, nel marzo 2009, al giornalista del Corsera Fabrizio Roncone. “Non capimmo che cominciava una nuova era… Ma chi è questo? Cosa vuole? Come si permette di irrompere nella nostra politica in modo così sgrammaticato?”. Con queste parole – proferite nel 1993 a proposito dell’ingresso in politica di Berlusconi a sostegno della candidatura di Gianfranco Fini a sindaco di Roma – l’ex magistrato ammette come lui per primo, insieme al resto della sinistra italiana, non avesse capito nulla del potenziale di colui che è stato presidente del Consiglio per circa 9 anni e che da 18 è il leader indiscusso del centrodestra. Lo stesso Violante, nel 2003, durante un discorso alla Camera in qualità di capogruppo degli allora Ds, ammette pubblicamente l’esistenza di un accordo risalente al 1994, tra il centrosinistra e Berlusconi, perché le sue televisioni non vengano toccate. Alla faccia del tanto sbandierato conflitto di interessi.

All’immigrazione e alle politiche sociali, Livia Turco, ministro della Solidarietà sociale nel periodo 1996-98, nel Prodi Primo, e della Salute nel Prodi Bis. E’ stata proprio Livia Turco, appena nominata nel 2006 e perfettamente consapevole dei grandi problemi e delle urgenze della sanità italiana, a pensar bene che il primo provvedimento da assumere fosse quello di aumentare la dose di droghe leggere, consentita per legge, trasportabile per uso personale. Provvedimento poi bocciato dalla giustizia amministrativa.

Di infanzia e adolescenza si occupa Anna Maria Serafini, senatrice di Piancastagnaio (in provincia di Siena), laureata in filosofia. Cosa c’entri questo con infanzia e adolescenza non si sa. Quel che è certo è che si tratta della moglie di Piero Fassino, il quale alle ultime due tornate elettorali l’ha fatta candidare prima in Veneto e poi in Sicilia pur di farla sedere a palazzo Madama.

Ultima chicca: il governo “ombra” del Pd è guidato da Walter Veltroni, uno che si è fatto fondare un partito su misura, pretendendo la testa di Prodi, per poi farsi impallinare da Berlusconi alle politiche anticipate del 2008. E, visto che il Governo vero gli è sfuggito, per farlo contento gli hanno dato un giocattolo…

23 agosto 2011 Pubblicato da | Viaggio al centro dell'assurdo | Lascia un commento

“La riforma delle pensioni va bene”. Tradito dalla Tv, Treu si lascia scappare la verità del Pd

da www.novepress.com

Prendete il senatore Tiziano Treu, mettetelo davanti alle telecamere di SkyTg24, fategli una domanda sulla Lega nord e lui, pur di fare il bastian contrario, vi rivelerà le reali intenzioni del Pd sulla riforma delle pensioni. Quello proposto non è un esperimento del quale appurare ancora l’efficacia. Al contrario, si tratta di storia. Storia contemporanea, essendosi registrata oggi, poco dopo le 14. “Nessuno vuole toccare le pensioni – ammette candidamente l’ex ministro dell’era Dini-Prodi-D’Alema – si tratta solo di spostare di qualche anno in avanti l’età lavorativa e di colpire i baby pensionati”.

L’aspetto significativo è che la riforma di cui parla Treu, che oggi siede sui banchi del Pd, quindi dell’opposizione, dovrebbe eventualmente vararla il Governo di centrodestra. Altrettanto indicativo è che Treu si è ritrovato a parlar bene della manovra degli eterni rivali poiché in studio gli hanno fatto notare che il Carroccio non vuole si tocchino le pensioni. Così, il docente di diritto del Lavoro della Cattolica di Milano è partito in quarta, spinto dall’irrefrenabile istinto di ridicolizzare la presa di posizione della Lega, arrivando, suo malgrado, a parlare bene di una riforma che, ufficialmente, il suo partito sta attaccando da tutte le parti.
Del resto, che Treu non passerà mai alla storia per essere stato un politico accorto e lungimirante non è un mistero. Ministro del lavoro prima nel Governo tecnico di Lamberto Dini e poi in quello politico di Romano Prodi – a riprova di come tra i due esecutivi non ci sia mai stata soluzione di continuità – a cavallo tra il 2006 e 2007 si è distinto per il famoso pacchetto di riforme che porta il suo nome. Quello che introduce nell’ordinamento giuridico italiano i contratti interinali e comunque atipici, inaugurando a tutti gli effetti la drammatica stagione del precariato.

La sua performance odierna, ai microfoni di SkyTg24, apre un’ulteriore riflessione sul ruolo che l’opposizione e il Pd, in particolare, giocano oggi in Italia. Si tratta di una coalizione, quella di centrosinistra, davvero decisa a garantire la democrazia, operando un controllo obiettivo e onesto sulle scelte dell’esecutivo, o si è al cospetto di un manipolo di mistificatori che, assetati di potere, demoliscono ogni scelta della maggioranza solo per fare demagogia e portare acqua al proprio mulino? Una risposta plausibile è custodita proprio nelle cronache politiche della fine del secolo scorso: Silvio Berlusconi, da poco eletto premier nel 1994, viene disarcionato dal ribaltone congegnato dall’allora leader del Pds, Massimo D’Alema, da Umberto Bossi e dai sindacati. Terreno di battaglia proprio la riforma delle pensioni avanzata dal Governo. Tutti a casa dopo appena sei mesi e via libera al Governo tecnico di Dini. Governo che in realtà sa molto di centrosinistra, come dimostrato nelle righe precedenti, e che guarda caso approva nel giro di poco tempo una riforma delle pensioni analoga se non identica a quella proposta appena qualche mese prima da Forza Italia, Udc e Alleanza nazionale.

Con il beneplacito dei sindacati che, ancora oggi, scendono in campo per difendere le pensioni. Come nel caso della Cgil che, attraverso il comparto della Funzione pubblica, organizza dei punti informativi davanti alle Prefetture di tutti i capoluoghi di provincia siciliani per spiegare ai cittadini quelli che a suo dire sono gli effetti della manovra finanziaria. “Tutto il pubblico impiego – dice il segretario regionale del sindacato, Michele Palazzotto – si mobilita insieme alla Cgil perché il Parlamento modifichi radicalmente la manovra che, ancora una volta, colpisce lavoratori pubblici e pensionati ovvero chi paga le tasse e, più di ogni altra parte della popolazione, soffre gli effetti della crisi; mentre premia i grandi evasori fiscali e i detentori di grandi patrimoni”.
Chissà se la Cgil è stata informata delle esternazioni di Treu. E chissà cosa farebbe se al posto di Berlusconi, sul trono di palazzo Chigi, sedesse il primo Pier Luigi Bersani che passa.

22 agosto 2011 Pubblicato da | Fenomeni parastatali | Lascia un commento

Lombardo il censore, editore che svela la teoria della morte naturale delle Province: pronto per il Nobel… e per Tripoli

da www.novepress.com

Il governo della Sicilia gli va troppo stretto, ormai è evidente. Da tempo Raffaele Lombardo predica che le redini del Paese devono passare in mano al Terzo Polo. E non certo per i consensi elettorali, considerando che i partiti che lo compongono – Udc, Fli, Api e Mpa – tutti messi insieme non fanno il 10%. Il suo Mpa, in particolare, a li vello nazionale è attestato intorno all’1%. Numeri che lasciano intendere come il presidente della Regione si senta investito da un diritto naturale che va al di là della comprensione popolare. A corroborare quella che è più di una sensazione è la sua ultima scoperta, quella che cambierà il corso della storia: gli enti locali cessano non in forza di provvedimenti normativi ma per morte naturale. Una teoria, la sua, espressa nei giorni scorsi, destinata a lanciarlo nel firmamento dei grandi di sempre, al punto da farne sicuramente uno dei nomi più accreditati per il Nobel per la ricerca. Una magnificenza, la sua, che non può essere oscurata dalla stampa ignorante, incapace di comprendere la portata della sua opera. Per questo, come racconta Repubblica-Palermo del 19 agosto scorso, alla fine di luglio ha deciso di censurare, nella rassegna stampa della Regione, tutti gli articoli di giornale con contenuti critici nei confronti del suo esecutivo.

Non un atto di tirannia, non una mancanza di rispetto verso il pluralismo dell’informazione, ma una condotta necessaria, mirata a educare la gente e a formarne la coscienza. Un po’ come ai tempi della propaganda sovietica o nazifascista, solo per citare alcuni esempi di grandeur ai quali Lombardo pare stia mirando. Il suo ordine, come riporta sempre Repubblica, pare sia stato eseguito alla lettera dai 21 giornalisti in forza all’ufficio stampa regionale – tutti assunti con contratto da capo redattore – capitanati da Piero Messina. Giornalisti assunti dall’ente e non certo dai partiti che sostengono la Giunta di Governo. Giornalisti pagati con i soldi di tutti i contribuenti, di destra, di sinistra e di centro. Ma si tratta di un mero dettaglio, un particolare che non potrà fermare il corso del progresso. Lombardo agisce per il bene di tutto il popolo e, come fa un buon padre di famiglia, impartisce le proprie direttive anche se i propri figli non ne comprendono gli effetti benefici. Lo dimostrano proprio le parole che Messina ha tramandato ai colleghi dell’informazione, spiegando di essersi limitato ad applicare la linea editoriale dell’amministrazione regionale. Come se un governo fosse un editore e potesse applicare una linea editoriale.

A meno che, anche in questo caso, non ci trovi dinanzi a una scoperta di portata siderale. Sebbene vada maneggiata con cura. Per questa ragione, Lombardo accusa Silvio Berlusconi di usare il mezzo pubblico della Rai per il proprio tornaconto. Il Cavaliere non possiede certo i mezzi che madre natura ha generosamente distribuito al leader del Mpa. Sì, è vero, avrà pure creato un impero economico dando lavoro a migliaia di persone. Avrà compreso prima di chiunque altro in Italia il potere dirompente della televisione. Avrà anche costruito il partito di maggioranza relativa del Paese in appena 6 mesi. I suoi Governi saranno pure i più longevi della storia repubblicana. Tuttavia, non ha scoperto processi biologici rivoluzionari come la morte naturale degli enti locali. Né ha saputo teorizzare il postulato della linea editoriale delle pubbliche amministrazioni. E di certo non può sapere quale sia realmente il migliore dei mondi possibili per l’umanità.

Chiaramente, i meno evoluti sotto il profilo intellettuale potrebbero obiettare che i governatore voglia imporre prepotentemente i propri interessi, tenendo all’oscuro di tutto l’opinione pubblica. Lo ha fatto il Pdl così come Giovanni Barbagallo, deputato regionale del Pd da tempo controcorrente e isolato dal resto del partito. Si sa che tra i Democratici, soprattutto in Sicilia, la questione morale vale per pochi eletti mentre i più praticano da tempo la politica dei due pesi e delle due misure. Probabilmente, lo fanno perché loro, più di ogni altro, hanno compreso la grandezza delle intuizioni di Lombardo e quanto quest’uomo sia sprecato qui in Sicilia, condannato a governare quattro sfigati. Tuttavia, alla provvidenza non si deve porre limite. Infatti, proprio in questi giorni gira voce che si è liberato un posticino a Tripoli…

22 agosto 2011 Pubblicato da | Quel che resta dell'informazione | Lascia un commento

Cgil braccio armato della sinistra nella difesa dello Statuto dei lavoratori. Dopo aver tentato di affossarlo…

da www.novepress.com

Nessuno tocchi l’articolo 18. Dopo il “niet” da parte del Pd allo scudo fiscale bis, al quale il Governo dice tra l’altro di non avere mai pensato, arriva il no secco della Cgil alla revisione se non all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Quello, tanto per intendersi, che afferma che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo. Un’alzata di scudi netta e decisa quella del segretario del sindacato, Susanna Camusso, che intima al ministro Maurizio Sacconi e a tutto l’esecutivo di rivedere integralmente il pacchetto lavoro del decreto contenente la manovra economica da 45,5 miliardi di euro. Altrimenti sarà mobilitazione generale.

Una battaglia, quella attorno all’articolo 18, che ha un precedente all’inizio del nuovo secolo, quando al Governo c’era sempre il centrodestra e ministro del Lavoro era Roberto Maroni. Anche in quell’occasione la Cgil, al tempo guidata da Sergio Cofferati, condusse un’autentica crociata per la salvaguardia dell’integrità della norma. Crociata che contribuì alla recrudescenza del clima da Anni di piombo che condusse all’uccisione, da parte delle Nuove Brigate rosse, il 19 marzo 2002, del giuslavorista Marco Biagi, colpevole – secondo i suoi aguzzini – di avere condotto i lavori relativi al varo di quella che sarebbe poi passata alla storia come legge 30/2003. O legge Biagi, appunto. Quella che dovrebbe regolamentare il ricorso al lavoro cosiddetto precario. La campagna demolitrice del sindacato fece parecchio gola a tutto il centrosinistra, soprattutto ai partiti di chiara matrice comunista, come Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani e Ds, questi ultimi reduci dall’esperienza del Pds e poi confluiti nell’attuale Pd.

Il paradosso storico, noto purtroppo a pochi a quanto pare, risiede proprio nelle barricate alzate da chi, ai tempi dell’approvazione in parlamento dello Statuto dei lavoratori, la celeberrima legge 300 del 20 maggio 1970, era schierato con il Pci. Partito che, all’epoca, non appoggiò minimamente il varo della riforma. Al punto da astenersi nel corso della sua votazione al Senato dove, è risaputo, l’astensione corrisponde a un voto contrario. Le ragioni di questa condotta sono ovvie per chi conosce i meccanismi mentali e politici di chi avversa qualunque iniziativa proveniente dai rivali, anche quando prevede solo benefici per il popolo.
Lo Statuto dei lavoratori, non a caso, è figlio di un grande esponente del Partito socialista italiano, Giacomo Brodolini, che alla fine degli anni ’60 ricopriva il ruolo di ministro del Lavoro e della Previdenza sociale all’interno del Governo pentapartitico presieduto dal democristiano Mariano Rumor. Furono gli anni della protesta, dell’autunno caldo del ’69, nel corso dei quali Brodolini fu artefice dell’elaborazione di riforme tuttora fondamentali per l’Italia, come quella delle pensioni e l’abolizione delle gabbie salariali. Tra queste anche il varo dello Statuto dei lavoratori – arrivato un anno dopo la sua morte – nel 1970, grazie al lavoro della commissione predisposta dal ministro e guidata da un altro giuslavorista di grande fama, Gino Giugni. Impossibile, in quegli anni, per il Pci, data la rivalità con la Dc, appoggiare le riforme dei socialisti, alleati con la Balena Bianca e le altre forze del Pentapartito. Così, piuttosto che sostenere una giusta causa, preferirono metterla a repentaglio, astenendosi.

La storia si ripete oggi, con la Cgil, sindacato di chiara matrice comunista, che appoggia per partito preso qualunque decisione assunta dai Governi di centrosinistra e contesta tutte quelle dei Governi di centrodestra. Al punto, come accadde circa 10 anni fa, da schierarsi con il coltello tra i denti a difesa di una normativa osteggiata al momento della sua nascita dal partito che ne ha sempre ispirato la condotta. Al punto da minacciare il giudizio universale contro chi cerca di aggravare la posizione dei lavoratori, dopo essere stata colta in flagrante a più riprese a sfruttare i propri dipendenti con contratti quanto meno “atipici”.

Un po’ come fa il partito guida, il Pd, che minaccia rappresaglie contro l’eventuale scudo fiscale bis, dopo averne favorito l’approvazione due anni fa.

19 agosto 2011 Pubblicato da | Quel che resta dell'informazione | Lascia un commento

La Casta non fa sconti, siedono in Parlamento ma pretendono il vitalizio da ex deputato regionale

da www.novepress.com

I diritti acquisiti non si toccano: sulla base di questo presupposto sei parlamentari nazionali hanno presentato un ricorso alla Corte dei conti per mantenere la doppia indennità che percepiscono e che è stata tagliata da una decisione dell’Assemblea regionale siciliana con cui si vieta il cumulo della pensione di ex deputati regionali con le indennità ricevute dalla Camera o dal Senato. Ne dà notizia oggi la Repubblica. Il ricorso ai giudici contabili è firmato dai deputati Calogero Mannino, aderente al gruppo Misto dopo aver lasciato il Pid per fondare un suo movimento, e Alessandro Pagano del Pdl, e dai senatori Sebastiano Burgaretta e Giuseppe Firrarello, entrambi del Pdl, Salvo Fleres, ex Pdl e ora di Forza del Sud, e Vladimiro Crisaflulli (in foto), del Pd.

Un ricorso praticamente trasversale che dimostra ancora una volta come la Casta tenda a tutelare in ogni sede i propri privilegi. Anche in momenti duri come questo, in cui soprattutto la povera gente è chiamata a fare sacrifici. Sarebbe da capire con quale faccia certi personaggi si presentano nei vari comizi elettorali, parlando di chissà quali grandi principi davanti a persone che da anni continuano a dissanguare.

Tutti i ricorrenti – come riporta la Repubblica – ricevono dall’amministrazione dell’Ars un assegno vitalizio che varia tra i 3 e i 6mila euro, per la loro trascorsa attività di deputati regionali. Somme che si aggiungono agli stipendi che i sei uomini politici riscuotono come parlamentari. Non meno di 20mila euro mensili. Il Consiglio di presidenza dell’Ars, poco prima della pausa estiva, per rispondere alle esigenze di contenimento dei costi della politica, tra le altre misure aveva imposto il divieto di cumulare le due indennità. I ricorrenti sostengono che tale decisione è illegittima perché non sarebbe possibile bloccare il pagamento di un vitalizio che è legato al versamento di contribuzione ed è in ogni caso un diritto acquisito da molti anni.

18 agosto 2011 Pubblicato da | Fenomeni parastatali | Lascia un commento

Condoni e scudi fiscali, i tormenti del Pd: “Vorrei ma non posso…”

da www.novepress.com

John Wayne Bersani perde il pelo ma non il vizio. Lo “sceriffo” di Bettola ancora una volta si allaccia il cinturone alla vita e accarezza il calcio della sua Colt, pronto a intimare rappresaglie senza pari contro qualunque cosa si muova nel raggio di 10 metri. Un vero duro, Pier Luigi Bersani, uno tutto d’un pezzo che la propria (scarsa) credibilità se la guadagna sul campo, ogni giorno. Come non prendere, del resto, per pure freddure da cabaret le sue esternazioni odierne sul proprio account di Facebook? Il segretario del Pd si dice a favore del contributo di solidarietà a carico di chi ha beneficiato dello scudo fiscale ma contrario a bissare il condono già espletato nel 2009. “Noi non abbiamo mai fatto condoni e non ne faremo”, tuona mentre pulisce la canna della pistola, ricordando che il Partito democratico è pronto a opporsi “all’ennesimo scandalo con ogni mezzo a disposizione”.

Chi non lo conoscesse, scrutando tra quelle sopracciglia costantemente aggrottate, osservando quegli occhi che ormai sanno solo guardare in cagnesco, lo prenderebbe davvero sul serio. Ma chi ne ha potuto apprendere le mirabili gesta politiche sa che il buon Bersani si diverte, e anche tanto, a recitare la parte del burbero, minacciando a destra e a manca – soprattutto a destra – di scatenare l’inferno al minimo segnale, senza credere nemmeno a una delle bischerate che dice. “Non abbiamo mai fatto condoni e non ne faremo”, sentenzia… ed è vero. Tanto i condoni se li fanno fare dagli altri. Proprio come per lo scudo fiscale del 2009, tanto vituperato dal centrosinistra. Il 2 ottobre, giorno della conversione del decreto in legge, alla Camera, il provvedimento è passato con 20 voti di differenza. Peccato che in aula fossero assenti ben 30 deputati dell’opposizione, 23 dei quali del Pd. Il che significa che, se avessero partecipato alla votazione – limitandosi semplicemente a compiere il proprio dovere istituzionale, dovere che gli garantisce un compenso di 20mila euro mensili – gli esponenti del Partito democratico avrebbero neutralizzato lo scudo fiscale che tanto detestano ma solo a parole. Sarebbe curioso capire a questo punto cosa intenda dire Bersani quando millanta di opporsi “con ogni mezzo a disposizione”, considerato che è la stessa identica cosa che ha minacciato di fare due anni fa.

Per non parlare del fatto che il Pd i condoni non li farà ma di certo gli fanno o gli farebbero comodo. Come nel caso di Vincenzo Visco (in foto), ministro delle Finanze e del Tesoro e viceministro dell’Economia nei vari governi di centrosinistra della Seconda Repubblica, casualmente esponente del Pd e, in precedenza, di Pds e Ds – tulle le fazioni cui è appartenuto o appartiene Bersani – che, nel 2001, è stato condannato in via definitiva per abuso edilizio a seguito della ristrutturazione di una casa a Pantelleria.

Insomma, ogni volta che Bersani parla toglie almeno mille punti alla propria credibilità e a quella del proprio partito. Sarebbe meglio, a questo punto, usare una controfigura. O al limite doppiarlo. I testi potrebbero farli scrivere agli autori del telefilm americano “Lie to me” (in italiano “Mentimi”), serie basata sull’abilità del protagonista nel carpire nei propri interlocutori tutti quei gesti inconsci che sono indicatori di eventuali bugie. Una scuola del genere dovrebbe mettere il segretario del Pd al riparo da future gaffe. E se proprio dagli Stati Uniti dovessero dare picche resterebbe sempre Pinocchio. Che di politica ne capisce poco e di castronerie ne dice tante. Praticamente, il burattino giusto al posto giusto.

18 agosto 2011 Pubblicato da | Fenomeni parastatali | Lascia un commento

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